
Rapporto CNEL con il Censis: l’assistenza familiare pesa su salute, lavoro e reddito. E resta ancora poco riconosciuta nelle politiche pubbliche.
Sono quasi 8 milioni gli italiani che si prendono cura, in modo continuativo e non retribuito, di un familiare o di una persona cara. Una platea ampia, composta in prevalenza da donne, che rappresenta una componente strutturale del sistema di assistenza.
A fotografare il fenomeno è il Rapporto sul valore sociale del caregiver elaborato dal CNEL in collaborazione con il Censis, presentato a Villa Lubin.
Uno stress diffuso che incide su salute e lavoro
Il dato più immediato riguarda l’impatto psicologico: l’88,3% dei caregiver considera il proprio ruolo fonte di stress emotivo e psicologico, percentuale che sale al 91,1% tra le donne.
Il carico della cura si riflette anche sul benessere fisico: l’87,6% segnala un impatto negativo, con un divario di genere che si amplia ulteriormente. Non è solo una percezione. Il 23,8% riporta sintomi depressivi moderati, il 13,6% moderatamente severi e il 7,3% sintomi severi.
A questo si aggiunge una compressione significativa del tempo disponibile: l’89,2% dei caregiver - che diventa il 93,4% tra le donne - dichiara che le responsabilità di cura limitano la possibilità di lavorare o dedicarsi ad altre attività.
Il costo economico della cura e il ruolo del lavoro domestico
L’impatto non è solo sanitario o psicologico, ma anche economico. L’83,6% dei caregiver dichiara di andare incontro a difficoltà rilevanti.
Una delle voci più pesanti è legata all’assunzione di lavoratori domestici: una soluzione ritenuta essenziale dal 79,1% degli intervistati, ma che nella maggior parte dei casi non riesce a coprire completamente il fabbisogno assistenziale.
Ne emerge un equilibrio fragile, in cui il supporto esterno alleggerisce il carico ma non lo sostituisce, lasciando ai caregiver una responsabilità quotidiana difficilmente delegabile.
Un pilastro informale del sistema di assistenza
Il quadro che emerge dal rapporto è quello di un sistema che si regge, in larga parte, su una rete informale di assistenza. Non si tratta solo di un fenomeno sociale, ma di una componente strutturale del modello di cura, soprattutto in un contesto di invecchiamento della popolazione e aumento delle patologie croniche.
Il dato sulla diffusione del caregiving e sull’intensità del carico suggerisce che una parte rilevante dell’assistenza viene già oggi sostenuta fuori dai circuiti formali del Servizio sanitario e delle politiche sociali.
Una risposta ancora parziale sul piano normativo e contrattuale
Il tema del riconoscimento resta aperto. Come ha sottolineato il segretario generale del CNEL, Massimiliano Monnanni, l’attenzione dell’ente è orientata a "rafforzare la conoscenza del fenomeno per supportare al meglio le scelte dei decisori istituzionali", in una fase in cui è in corso un iter parlamentare per una legge dedicata ai caregiver.
Anche sul versante del lavoro, le tutele restano limitate. L’analisi della contrattazione di secondo livello mostra che solo il 23% degli accordi prevede misure specifiche per i lavoratori con responsabilità di cura.
Tra riconoscimento e sostenibilità del sistema
Il rapporto mette in evidenza una contraddizione di fondo: il caregiving è ormai una componente essenziale del sistema di assistenza, ma continua a essere solo parzialmente riconosciuto e sostenuto.
In un contesto in cui la domanda di cura è destinata a crescere, il tema non riguarda soltanto la tutela dei caregiver, ma anche la sostenibilità complessiva del sistema. È qui che il dibattito si sposta: non più solo su quanto pesa la cura, ma su quanto il sistema possa continuare a reggersi su questo equilibrio.
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