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Sport e prevenzione: il valore dell’attività fisica nelle politiche sanitarie

Salute Redazione DottNet | 04/03/2026 10:59

Sport e prevenzione entrano nell’agenda di politica sanitaria: il Rapporto TEHA-Osservatorio Valore Sport mostra perché l’attività fisica è strumento di salute pubblica..

Promuovere il movimento non è una scelta settoriale: è una decisione che ha ricadute misurabili sulla salute pubblica, sulla pressione assistenziale e, in prospettiva, sulla sostenibilità economica del sistema. Ecco perché il documento "Riportare lo sport e la cultura del movimento al centro dell’agenda politica per creare valore per il Paese" nasce con l’ambizione di fornire "facts&figures, scenari e quantificazioni di impatto" utili ai decisori, collocando lo sport dentro una cornice di policy che tiene insieme prevenzione, coesione sociale e sviluppo.

In questa impostazione il passaggio chiave è proprio quello che lega "sport e prevenzione": l’attività fisica viene letta come determinante di salute lungo tutto l’arco della vita, e la sedentarietà come fattore di rischio comportamentale che produce costi sanitari (calcolati in 6,7 miliardi di euro annui) per il sistema sanitario e disuguaglianze. Non si tratta quindi di celebrare l’élite o le medaglie, ma di ragionare su come costruire una popolazione più attiva, con effetti strutturali sul benessere.

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Sport e prevenzione: l’attività fisica come determinante di salute

Nel Rapporto l’attività fisica diventa un pilastro essenziale per prevenire e contenere le patologie croniche e, più in generale, per sostenere l’equilibrio psico-fisico. La prospettiva è esplicitamente "lifelong": infanzia, età adulta e terza età vengono considerate fasi in cui il movimento contribuisce rispettivamente a crescita, prevenzione e mantenimento dell’autonomia funzionale. È un’impostazione coerente con le linee guida OMS richiamate nel documento, che fissano soglie minime di attività fisica e indicano nella sedentarietà una criticità epidemiologica.

Questo passaggio è politicamente rilevante perché sposta la narrazione dallo "sport come scelta individuale" allo "sport come infrastruttura di prevenzione". In altre parole, se l’obiettivo è ridurre rischio e carico di malattia, il movimento diventa uno strumento che deve essere reso praticabile e accessibile, non un comportamento lasciato al caso o alla motivazione del singolo.

Il divario italiano: sedentarietà, giovani e rischio futuro

Il Rapporto insiste sul fatto che l’Italia resta indietro rispetto ai benchmark europei. Tra i dati da segnalare: la quota di adulti che non raggiunge i livelli di attività fisica raccomandati dall’OMS è molto elevata, superiore alla media UE. Ancora più critico è il capitolo sulle fasce giovani: tra gli 11 e i 15 anni la quota di ragazzi che non raggiunge le linee guida OMS è altissima, e il documento segnala esplicitamente l’anomalia italiana in Europa.

Qui la connessione con la politica sanitaria è diretta: se la sedentarietà si consolida in adolescenza, il sistema si prepara un futuro di maggiore incidenza di cronicità, fragilità e domanda assistenziale. Lo sport, in questa lettura, diventa prevenzione primaria e investimento generazionale, con implicazioni che vanno oltre la sanità e toccano scuola e welfare.

Sostenibilità del sistema: dal movimento alla riduzione della pressione sanitaria

Il Rapporto afferma in modo esplicito che promuovere l’attività fisica incide sulla salute pubblica e contribuisce a ridurre la pressione sul sistema sanitario. È un punto che merita attenzione perché offre una chiave di lettura "da decisore": lo sport non è solo un bene culturale o educativo, ma un fattore che può alleggerire costi e carico assistenziale, se inserito dentro strategie coerenti e di lungo periodo.

In questo senso, parlare di sport e prevenzione significa anche parlare di priorità: quanta parte delle politiche pubbliche è davvero orientata a prevenire invece che a gestire l’esistente. Il Rapporto prova a costruire una "base comune" di conoscenza e impatto proprio per sostenere questo cambio di passo.

Accessibilità: infrastrutture, scuola e disuguaglianze territoriali

Una parte centrale del documento riguarda poi l’accessibilità, intesa come possibilità reale di praticare attività fisica nei territori. Il Rapporto registra segnali di miglioramento su impianti sportivi, scuole dotate di palestra e investimenti pubblici pro capite, ma contemporaneamente evidenzia che l’Italia resta distante dai top performer europei e sottolinea criticità come il posizionamento nelle classifiche UE sugli investimenti e, soprattutto, le ore minime obbligatorie di educazione fisica nelle scuole.

Questo blocco è quello che più chiaramente trasforma il tema in politica sanitaria: se l’attività fisica è prevenzione, allora l’accesso non può dipendere solo da reddito, contesto urbano o offerta privata. Infrastrutture di prossimità, spazi pubblici, scuola e politiche locali diventano le condizioni abilitanti perché sport e prevenzione siano davvero un diritto, non un privilegio.

Sport in All Policies: la prevenzione come politica trasversale

Il Rapporto richiama esplicitamente i principi "Sport in All Policies" e "Sport for All", proponendo una visione che mette il movimento dentro una strategia trasversale.

Tradotto sul piano operativo, significa che la promozione dell’attività fisica non si esaurisce nei capitoli di spesa per lo sport, ma chiama in causa urbanistica, mobilità, scuola, lavoro e welfare aziendale, oltre alla sanità.

È anche qui che si gioca la differenza tra slogan e policy: la prevenzione non è una campagna, ma un insieme di scelte coordinate. Il Rapporto prova a dare un senso pratico a questa impostazione offrendo un quadro di dati e una narrativa unica, costruita per essere "altamente comunicabile" e utilizzabile nel dialogo con decisori e stakeholder.

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