
Alla vigilia della Giornata contro la violenza sugli operatori sanitari FNOMCeO richiama la necessità di interventi strutturali. Intanto i dati del Bambino Gesù mostrano aggressioni più che raddoppiate negli ultimi cinque anni.
La violenza contro medici e operatori sanitari torna al centro dell’attenzione alla vigilia della Giornata nazionale di educazione e prevenzione nei confronti degli operatori sanitari e sociosanitari, che si celebra il 12 marzo.
Negli ultimi mesi si registra infatti una nuova escalation di aggressioni nei confronti dei professionisti della salute. Un fenomeno che, secondo la Federazione nazionale degli Ordini dei medici (FNOMCeO), richiede una risposta più incisiva.
"Negli ultimi mesi stiamo di nuovo assistendo a una preoccupante escalation di episodi di violenza nei confronti dei professionisti della salute. È un fenomeno che impone una risposta forte e coordinata", afferma il presidente della Federazione Filippo Anelli.
Per richiamare l’attenzione sul tema la FNOMCeO lancerà una campagna di sensibilizzazione dal titolo "Il medico per me è uno di famiglia", pensata per valorizzare il rapporto di fiducia tra medici e cittadini.
"È indispensabile ristabilire un legame più solido e autentico con i cittadini – osserva Anelli – perché il rapporto medico-paziente rappresenta il cuore stesso del Servizio sanitario nazionale".
Dai messaggi istituzionali ai dati degli ospedali
Accanto ai richiami istituzionali, i dati che arrivano dalle strutture sanitarie mostrano però una realtà che continua a destare preoccupazione.
All’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, negli ultimi cinque anni gli episodi di aggressione – verbali e fisiche – ai danni del personale sanitario sono più che raddoppiati. Dai 28 casi registrati nel 2021 si è passati ai 64 del 2025.
Il dato è stato diffuso dallo stesso ospedale proprio alla vigilia della Giornata nazionale contro la violenza sugli operatori sanitari.
Per l’occasione il Bambino Gesù ha lanciato la campagna "Il rispetto è la prima cura", con l’obiettivo di promuovere comportamenti più consapevoli nei confronti di chi lavora in ospedale e degli spazi condivisi di cura.
Un fenomeno che riflette le fragilità del sistema
Le aggressioni contro i sanitari vengono spesso raccontate come episodi isolati o come espressione di comportamenti individuali devianti. Una lettura che rischia però di semplificare un fenomeno molto più complesso.
Secondo analisi recenti sul funzionamento del Servizio sanitario nazionale, tra cui quelle sviluppate nell’ambito del Rapporto OASI del Cergas–Bocconi, la violenza contro gli operatori sanitari va interpretata anche come un indicatore di tensioni organizzative del sistema.
Quando la domanda di assistenza cresce più rapidamente della capacità operativa delle strutture – con pronto soccorso sovraffollati, tempi di attesa prolungati e carenze di personale – il professionista sanitario finisce spesso per rappresentare, agli occhi dei cittadini, l’interfaccia immediata di un sistema percepito come inefficiente o distante.
In questi contesti il conflitto tende a scaricarsi proprio sugli operatori più esposti al contatto diretto con l’utenza.
Sicurezza degli operatori e organizzazione dei servizi
Negli ultimi anni il legislatore ha introdotto aggravanti specifiche per i reati commessi contro gli operatori sanitari e rafforzato le tutele penali. Misure importanti, ma che intervengono quando l’aggressione si è già verificata.
Molti osservatori sottolineano invece la necessità di affiancare agli strumenti repressivi interventi organizzativi capaci di ridurre le condizioni che alimentano il conflitto: carichi di lavoro sostenibili, percorsi assistenziali più chiari per i cittadini, maggiore presenza delle direzioni aziendali nei contesti più esposti alla tensione.
La sicurezza di chi lavora negli ospedali e nei servizi territoriali, in questa prospettiva, non riguarda soltanto la tutela degli operatori ma anche la qualità complessiva del sistema sanitario.
Alla vigilia della Giornata nazionale dedicata al tema, il messaggio che emerge è quindi duplice: ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e professionisti della salute resta fondamentale, ma senza un rafforzamento dell’organizzazione dei servizi il rischio è che le aggressioni continuino a rappresentare uno dei segnali più evidenti delle difficoltà del Servizio sanitario nazionale.
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